Nel lavoro di counseling, uno dei momenti più delicati, e spesso anche più ricchi, è quello della chiusura del percorso di counseling. Non è solo una conclusione, ma un passaggio. Un rito. Una tappa fondamentale che merita spazio, tempo e consapevolezza.
Spesso si pensa che il counseling finisca “quando va tutto bene” oppure “quando non c’è più niente da dire”. Ma la verità è che ogni chiusura è un processo, non uno stop improvviso. È un momento in cui cliente e counselor si guardano indietro, riconoscono la strada percorsa e si salutano da adulti.
La chiusura come spazio di consapevolezza
Secondo l’Analisi Transazionale, ogni relazione ha un inizio, uno sviluppo e una fine. E se è vero che “ogni fine è un nuovo inizio”, è anche vero che il modo in cui ci congediamo racconta molto della qualità della relazione.
Nel setting di counseling, la conclusione del percorso è il momento in cui si integrano i cambiamenti, si legittimano le risorse emerse e si restituisce al cliente la piena autonomia del suo cammino.
In questo spazio il counselor non “lascia andare” semplicemente, ma accompagna il cliente a riconoscere i suoi passi:
- Cosa ho imparato su di me?
- Cosa mi porto via da questo percorso?
- Come posso proseguire con le mie forze?
Come congedarsi alla fine del percorso di counseling
Congedarsi con cura non vuol dire sparire. Vuol dire onorare un tempo condiviso, dare valore al legame e offrire un ultimo contenimento che rinforzi l’Io Adulto del cliente. Per qualcuno sarà un saluto emozionato, per altri un gesto silenzioso. Ma in ogni caso, è fondamentale che ci sia.
In uno dei miei percorsi, una madre che aveva iniziato il counseling per affrontare il coming out del figlio, al momento del congedo mi ha detto: “Non solo ho capito meglio lui, ma ho scoperto una parte di me che avevo lasciato in pausa da anni.”
Questo è il potere della chiusura del percorso di counseling: uno spazio che restituisce forza, senso e dignità.
Quando è il momento giusto per terminare un percorso di counseling?
Non c’è un numero fisso di incontri, né una regola valida per tutti. La fine del counseling si sente. Arriva quando il cliente ha ritrovato un equilibrio sufficiente per proseguire in autonomia. A volte sarà lui a proporlo, altre volte il counselor potrà suggerire una fase di avvicinamento alla chiusura, concordando gli ultimi incontri.
Durante un altro percorso, un giovane uomo che lavorava sul rapporto conflittuale con il lavoro e con il padre, ha chiesto lui stesso di chiudere dicendo: “Sento che posso farcela da solo, ma so che se avrò bisogno… questo spazio c’è.”
Ecco: chiudere bene un percorso di counseling vuol dire anche lasciare una porta aperta.
Dopo la chiusura di un percorso di counseling: cosa resta al cliente
Dopo la conclusione del counseling si va avanti. Con qualcosa in più nello zaino. Con una mappa nuova o semplicemente con più fiducia nel proprio cammino. Il counseling non “guarisce” una volta per tutte. Ma può lasciare una traccia viva, un’esperienza positiva di relazione che resta.
E se in futuro ci sarà bisogno… si potrà sempre tornare. Ma con un passo nuovo.