Il colloquio di counseling non è sempre lineare. A volte il cliente porta con sé resistenze, strategie di evitamento o modi di comunicare complessi che rendono il processo meno fluido.
Il ruolo del counselor è riconoscere queste dinamiche e trasformarle in opportunità di crescita.
Vediamo insieme alcune delle difficoltà più comuni nel colloquio di counseling e come affrontarle con consapevolezza.
Cliente passivo che aspetta soluzioni
Può capitare che il cliente si mostri passivo, aspettandosi che sia il counselor a fornire risposte e soluzioni. In questi casi non è utile dare consigli diretti, ma piuttosto stimolare la riflessione attraverso domande aperte e valorizzare i momenti in cui la persona ha già preso decisioni autonome in passato.
Ad esempio, di fronte a un cliente che dice: “Non so cosa fare… Mi dica lei cosa sarebbe meglio per me”, il counselor può rispondere: “Capisco che tu voglia una risposta chiara, ma il mio ruolo non è dirti cosa fare. Ti aiuterò a esplorare le tue possibilità. Quali opzioni hai già preso in considerazione?”. Questo approccio favorisce autonomia e responsabilità.
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Quando il counselor rischia di confondersi con il cliente
Un’altra difficoltà frequente riguarda il coinvolgimento eccessivo del counselor nelle storie portate dal cliente. Se non si mantiene la giusta distanza, si rischia di perdere il proprio ruolo di guida e di proiettare esperienze personali.
È importante allora chiedersi: “Questa emozione appartiene a me o al cliente?”, prendersi un momento per ricentrarsi e riportare l’attenzione su ciò che la persona sta vivendo nel presente. Per esempio, un counselor che ha vissuto una separazione dolorosa potrebbe sentirsi molto toccato da un cliente che affronta un divorzio: in questi casi serve un passo indietro per mantenere il focus sul percorso dell’altro.
Cliente che parla troppo e si distacca dalle emozioni
Ci sono situazioni in cui il cliente riempie il colloquio con molti dettagli, diventando logorroico e distaccandosi dalle proprie emozioni. In questi casi è fondamentale interrompere con delicatezza e riportare l’attenzione al sentire: “Cosa provi in questo momento mentre parli?”.
Tecniche di grounding, come chiudere gli occhi o sentire i piedi ben appoggiati a terra, aiutano a recuperare il contatto emotivo. Un esempio tipico è quando la persona racconta conflitti familiari e lavorativi in modo frenetico: il counselor può fermare il flusso per chiedere quale emozione stia emergendo davvero dentro di sé.
Quando emerge la noia nel colloquio
A volte il cliente appare monotono, poco coinvolto, o addirittura suscita noia nel counselor. Questa sensazione, lungi dall’essere un ostacolo, può diventare un prezioso strumento di consapevolezza. Portare la noia nel qui e ora, domandando al cliente se anche lui la avverte, permette di esplorare ciò che si nasconde dietro. Spesso infatti la noia cela emozioni represse, come la rabbia. Lavorare sul corpo e sulla respirazione può risvegliare il processo e dare nuovo impulso al colloquio.
Cliente dispersivo e confuso
Un’ulteriore difficoltà si manifesta quando il cliente porta molti argomenti diversi, senza riuscire a dare una direzione chiara al colloquio. In questi casi è utile accompagnarlo a scegliere una priorità e a fare ordine. Se emergono obiettivi contraddittori, come voler chiudere una relazione ma allo stesso tempo temere di perderla, il counselor può esplorare l’ambivalenza per portare chiarezza. Spesso basta chiedere: “Se dovessi scegliere una sola cosa su cui concentrarti oggi, quale sarebbe?”, per aiutare la persona a focalizzarsi e dare valore al tempo del colloquio.
In conclusione, ogni difficoltà nel colloquio di counseling rappresenta in realtà un’occasione per aiutare il cliente a diventare più consapevole di sé. Il counselor deve mantenere una guida centrata, evitando di cadere nelle dinamiche che la persona porta in seduta, e trasformando anche gli ostacoli in risorse per il cambiamento.
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